Adesso è la Polizia a decidere se una notizia è vera o falsa. La Cina è vicina

Piano anti-bufale? È ‘censura di stato’

Polemica sul nuovo servizio della polizia postale presentato dal Viminale

La polizia chiamata a controllare le fake news. E il web insorge tra chi parla di Ministero della Verità di orwelliana memoria e chi lo definisce uno ‘strumento per zittire l’informazione scomoda’



Un “red button” per segnalare sul web le notizie false. Una scelta, quella introdotta e annunciata a Roma al Polo tuscolano della Polizia di Stato alla presenza del ministro dell’Interno Marco Minniti e del capo della Polizia Franco Gabrielli, che ha sollevato non poche polemiche.

Con il nuovo sistema basta fare un clic su un “bottone rosso” virtuale con scritto “Segnala online fake news” sul sito della polizia postale ( www.commissariatodips.it ) e “denunciare” le notizie che sembrano bufale, poi gli agenti ne verificheranno la veridicità. Una volta accertata l’infondatezza si provvederà a dare risalto a eventuali smentite ufficiali, a rimuoverla tramite i provider o, nel caso si fosse in presenza di reato, segnalarla all’autorità giudiziaria.

Il ministro Marco Minniti ha presentato il servizio giovedì sostenendo che “servirà a tutelare le persone di fronte a clamorose notizie infondate”. Il tutto arriva in piena campagna elettorale, a quarantadue giorni dal voto del 4 marzo.

E c’è chi infatti ha già parlato di “censura di strato”. Arianna Ciccone, ideatrice del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, su Fecebook scrive: “Le persone potranno segnalare fake news alla polizia. E questa interverrà per stabilire la ‘verità’. Non è a mio avviso un annuncio da sottovalutare e non tanto per l’efficacia e la rilevanza effettiva che potrà avere, ma perché quello che preoccupa e inquieta è la mentalità che sottintende una iniziativa del genere.

Un Ministero dell’Interno che delega la polizia a stabilire cosa è vero e cosa è falso. Lo fanno per proteggere i cittadini disarmati dalle false informazione. Non è compito dello Stato stabilire la verità. Quello lo fanno nei regimi autoritari. E se non siamo di fronte a un attacco diretto alla libertà di espressione, siamo comunque a piccole gocce di ‘veleno’ instillate nelle vene della nostra democrazia”. “Questa iniziativa può sembrare innocente e dettata da buone intenzioni, ma il potenziale di pericolosità è abnorme – si legge ancora nel post – Apre la strada a ben altre possibilità e iniziative, intanto facendo accettare con questo primo passo l’idea di una verità di Stato, veicolata dalla polizia come fonte affidabile e incontrovertibile. ‘Se lo dice la polizia allora è vero’. Mi aspetto che giornalisti, esperti e chi si occupa di informazione siano pronti a criticare e contrastare una iniziativa simile. Perché i principi in democrazia vanno sempre salvaguardati. E qui si sta attaccando – anche se all’apparenza non sembrerebbe – un principio di libertà”.

La battaglia per un’informazione corretta infatti la conduce giornalmente chi scrive le notizie: i giornalisti che sono tenuti a verificare l’attendibilità della fonte prima di scrivere un articolo.

Perché ora è compito di funzionari di Stato? A quale titolo la polizia postale e il ministero dell’Interno pensano di giudicare la corretta informazione? Che motivi ci sono dietro a tale scelta?

Di certo Ciccone non è l’unica a criticare la strategia anti bufala pensata dal Viminale. Su Facebook e Twitter sono in tanti, tra operatori dell’informazione e semplici utenti, a non approvare il ”bottone rosso”: c’è chi parla di ministero della Verità di orwelliana memoria, chi definisce lo stratagemma uno “strumento per zittire l’informazione scomoda”. Poi ancora chi parla di “delazione di stato”, di un’iniziativa “irragionevole”, “inefficace”, che autorizza “il ministero degli Interni a dirci qual è la verità”, introducendo il “concetto che la polizia possa giudicare arbitrariamente la liceità delle notizie”. Inevitabile che qualcuno si chieda “chi controlla i controllori?”.

E anche se Minniti assicura che “non ci sarà alcuna interferenza con la campagna elettorale, nessun intervento sulle dichiarazioni di esponenti di partiti, ma solo un servizio pubblico”, la polemica sembra non placarsi.

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