Non c'è più lavoro? Ma chi cavolo lo vuole!

Gianni Tirelli

C’è un dato oggettivo e inoppugnabile che oggi ci consegna una verità/realtà dai risvolti inquietanti, ma ancora invisibile alla gran parte della gente. 
Questo perché, gli individui delle società occidentali, sono avulsi da quella necessaria consapevolezza che di fatto li esonera da ogni capacità di critica e di sapere interpretare il presente quando, in animo loro, sperano ancora che qualcosa cambi e che le difficoltà del momento vengano superate.

Ma di questi tempi, la speranza è il peggiore investimento che si possa fare, se parallelamente non è affiancata da quell’azione di forza e di slancio rivoluzionario di riconversione che restano in assoluto le sole condizioni in grado di contrastare, almeno in parte, gli effetti apocalittici del tracollo dell’Impero liberista.

E sto parlando del “Lavoro”, di qualsiasi lavoro che dipenda da terzi e per il quale sacrifichiamo la gran parte della nostra vita ogni santo giorno, e i cui costi materiali, morali e umani, hanno superato di gran lunga i guadagni e i presunti vantaggi. Un dato che sancisce la disfatta e la fine del capitalismo e quindi di un’epoca con tutti i suoi effetti diretti e collaterali sull’umanità e l’ambiente.


“OGGI LAVORARE È UN COSTO, CHE RIENTRA NELLA VOCE: USCITE”...




IL LAVORO dunque, NON PAGA PIÙ! NON È PIÙ CONVENIENTE! – sotto ogni punto di vista, che sia la salute, il benessere, il futuro o la felicità. 
Meglio restarsene in casa ad intagliare un pezzo di legno al caldo di un camino, mentre fuori la pioggia disseta il nostro orto e alimenta il pozzo. Finalmente con i nostri figli per restituire loro il tempo dell’amore e dell’attenzione – l’imprinting che modellerà il loro carattere e deciderà le loro scelte future.

E poi basterebbe fare i “conti della serva” per capire che, di questi tempi, qualsiasi tipo lavoro, é quanto di più stupido, improduttivo e dispendioso ci possa essere. Sarebbe molto più corretto definire un tale stato di cose, “una schiavitù a piede libero” dove quei pochi spiccioli rimasti al netto delle spese e dei sacrifici, li avremmo tranquillamente guadagnati in una condizione di totale autonomia e serenità fra le quattro mura di una onorevole casetta di campagna, liberati da ogni effimero consumo e dipendenza.



UN UOMO CHE NON PUÒ DISPORRE E DECIDERE DEL SUO TEMPO, È UN UOMO MORTO!

Ma se non si è in grado di rinunciare a ciò che in realtà non serve, omologati all’interno di un Sistema che alimentiamo quotidianamente in virtù di necessità virtuali indotte dalla propaganda liberista, ogni nostra parola, indignazione e protesta, vanificano ogni buona intenzione.

Se non la smettiamo di ricaricare cellulari, di inoltrare vitalizi alle Pay TV, di rincorrere la tecnologia, di comprare playstation ai nostri mocciosi (rincoglioniti in erba), riempiendo la loro vita di minchiate varie (futuri rifiuti da discarica), ci siamo resi responsabili di quel tracollo morale, etico e umano che farà carta straccia del loro futuro.


Gli individui ben differenziati delle società contadine, proprio in virtù della loro autonomia, disponevano di quel tempo libero (indispensabile e necessario), che dava un senso alla loro esistenza ed era motivo di socializzazione, tradizione, fantasia, pura introspezione e svago. La variabilità del tempo, li costringeva per lunghi periodi, ad abbandonare la fatica dei campi, potendo così concedersi lunghe pause di rigenerante riposo, e in occupazioni manuali/artigianali, fonte di creatività, ispirazione e consapevolezza.

Oggi con la moderna cultura liberista, ogni più remoto barlume di dignità, di felicità e di buon senso è stato per sempre cancellato.

Che valore e senso abbiamo dato al nostro vivere e con quale animo affronteremo in seguito la morte?


Un uomo, costretto a lavorare otto ore ogni giorno (che piova o tiri vento), per quarant’anni della sua vita dentro una fabbrica malsana, caotica e assordante, per miserabili 1000 euro al mese, non solo è un irresponsabile ma (senza il dubbio di essere smentito), uno psicopatico. 

Questo, vale anche per le otto ore svendute di fronte ad un computer, o alla guida di un Tir, o alla cassa di un supermercato.

Questa non è la vita o l’estrema condizione di sopravvivenza, ma stato vegetativo.

Il tempo, e la qualità della nostra esistenza, sono i beni più preziosi che abbiamo, e li dobbiamo custodire gelosamente, e nessuno ce li può sottrarre; tanto meno ad un prezzo così alto.

Che valore e senso avremo dato al nostro vivere e con quale animo affronteremo la morte?


Quel processo di semplificazione, che ha traghettato l’uomo da un passato industrioso a un presente industriale, è miseramente fallito: l’autonomia di un tempo, fonte di libertà e decoro, è degenerata in dipendenza dal Sistema e, la salutare e appagante fatica dell’uomo contadino, in lavoro meccanico, frustrante e senza dignità.

Per tali motivi, l’individuo umano, cosciente e responsabile di un tempo, si è involuto in umanoide robotizzato; un automa che si attiene alle regole stereotipate di un libretto di istruzioni che il Sistema gli consegna al momento della sua venuta al mondo. A un tale uomo è negata la felicità.


L’uomo ragionevole, muore da uomo, perché la memoria delle sue azioni, sia da conforto per tutti quelli che lo hanno amato. L’uomo ragionevole cerca l’autonomia e la libertà, in una condizione d’autenticità, e di qualità della vita. Diversamente, meglio sarebbe per lui, vivere di espedienti e trovare ristoro, nel freddo di una baracca di lamiera e cartone, e che fosse la carità, a soddisfare i suoi bisogni, e le notti stellate, i suoi sogni.



L’uomo di quest’epoca insensata si deve ribellare, e riappropriare dell’unica cosa che è capace di produrre miracoli, e in grado di riesumare autentiche passioni e vere motivazioni: la Terra.
La Terra, è il vero potere!

Il solo potere al quale possiamo serenamente sottometterci sapendo che, domani, per noi sarà un altro giorno. Un giorno nuovo, pieno di aspettative e di speranze, di sana fatica, sereno riposo e felicità.

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